Se ci chiedessero perché pensiamo di non esserci realizzati, perché non siamo semplicemente felici, la maggior parte di noi verosimilmente risponderebbe evitando termini come fondamentale armonia, consapevolezza, spirito. Con molta più probabilità porremmo in evidenza determinati aspetti della nostra vita come il lavoro, i rapporti interpersonali, la salute, ed attribuiremmo ad uno o a tutti essi la nostra infelicità, la nostra inquietudine. A dire il vero, molti di noi non riuscirebbero nemmeno a trovare un comune punto di contatto tra i diversi aspetti della vita; le varie attività che connotano la nostra giornata spesso ci appaiono come fatti paralleli e spesso ci infastidiamo se gli uni vengono ad incidere sugli altri. Ne consegue che il nostro vivere moderno spesso difetta di un centro, di un punto di convergenza, di una fonte di unità. Quindi, uomini e donne smarriscono il senso del proprio centro creativo e perdono il contatto con il proprio vero sé. L’intendere la preghie...
La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà. La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungo...