È la sofferenza – la sofferenza innocente – a frantumare il muro dell’indifferenza nei confronti del problema dell’al-di-là. La realtà della sofferenza innocente è il nervo scoperto della domanda metafisica e costringe a scegliere tra l’assurdo e la speranza. Ed è proprio sullo scoglio, purtroppo continuamente in agguato, della sofferenza innocente che è naufragata la fede di tanti credenti, la loro speranza in un Dio onnipotente e giusto. «Se tutti devono soffrire per comprare con le loro sofferenze un’armonia che duri eternamente, cosa c’entrano però i bambini?». Questo si chiede Ivan Karamazov. E prosegue: «Finché sono in tempo… mi rifiuto assolutamente di accettare questa armonia eterna. Essa non vale le lacrime nemmeno di quell’unica creaturina che si batteva il petto col piccolo pugno e pregava il “buon Dio” nello stanzino puzzolente. Non le vale, perché quelle lacrime sono rimaste senza riscatto. Io non voglio nessuna armonia, per amore dell’umanità non la voglio. Non è che io non accetti Dio, Alioscia, soltanto gli restituisco rispettosamente il biglietto».
Un Dio che si assenta mentre un bambino soffre o è un Dio crudele o non esiste – questa è la conclusione che molti traggono o hanno tratto dinanzi alla sofferenza innocente. La sofferenza tutta – ma la sofferenza degli innocenti in modo particolare – è il luogo dell’opzione radicale. E non di rado è proprio qui che si infrange la fede e svanisce la speranza.
Elie Wiesel, uno degli scampati da Auschwitz, scrive ne La notte: «Noi continuammo a marciare fino a un incrocio. Al centro c’era il dottor Mengele, questo famoso dottor Mengele (tipico ufficiale delle S.S., volto crudele, non privo di intelligenza, monocolo), una bacchetta da direttore d’orchestra in mano, in mezzo ad altri ufficiali. La bacchetta si muoveva senza tregua, una volta a destra, una volta a sinistra. La bacchetta verso sinistra. Io feci un mezzo passo in avanti. Volevo prima vedere dove avrebbe mandato mio padre. Fosse andato a destra, io l’avrei raggiunto. La bacchetta si inclinò anche per lui verso sinistra. Un peso mi cascò dal cuore. Noi non sapevamo ancora quale direzione fosse quella buona, se quella a sinistra o quella a destra, quale strada portasse alla prigionia e quale al crematorio, ma tuttavia mi sentivo felice: ero accanto a mio padre. La nostra processione continuava ad avanzare, lentamente. Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto, l’avevo visto con i miei occhi. Dei bambini nelle fiamme. Ecco, dunque, dove andavamo. Un po’ più avanti avremmo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per se stessi – che il Suo Nome sia ingrandito e santificato – mormorava mio padre. Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di che cosa dovevo ringraziarlo?». Wiesel prosegue il suo racconto: «Continuammo a marciare. Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca. Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai». La sofferenza – e, ancor più, la sofferenza innocente – è la sorgente forse più rigogliosa dell’ateismo: Dio non esiste, non può esistere; giacché, se esistesse davvero, mai potrebbe permettere tanta sofferenza, tanta sofferenza innocente.
L’urto con la sofferenza innocente – con la sofferenza del giusto o del bambino – spesso rinsalda la convinzione dell’ateo e non di rado frantuma la fede del credente.
L’ateismo è difficile – diceva Etienne Gilson. Ma anche la fede in Dio è difficile. Più difficile ancora è la fede in un Dio che crea il mondo per erigervi il patibolo per il proprio Figlio e che permette una infinita sofferenza umana. E proprio la sofferenza innocente costituisce per molti l’ostacolo insuperabile sulla strada della fede. Viene qui da ripetere con Kierkegaard che «credere è propriamente andare per quella via dove tutti gli indicatori stradali mostrano: indietro, indietro, indietro! Dunque, la via è stretta [Mt. 7,14] (e questo appartiene già alla fede). La via è buia; anzi, non è soltanto buia di un buio pesto, ma è come se la luce dei lampioni non facesse che confondere e aumentare l’oscurità… proprio perché gli indicatori stradali significano la direzione inversa». È vero: la sofferenza innocente è lo scoglio su cui si spezza la fede di molti. Ma è anche vero che per altri è proprio la sofferenza innocente che spinge ad abbracciare la fede – la fede in un Dio che dia un senso all’apparente non-senso e che apra – per dirla con Max Horkheimer – alla «speranza che, nonostante questa ingiustizia che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola». La sofferenza innocente ci porta al bivio dove dobbiamo scegliere tra l’assurdo e la speranza. Diversamente da chi abbraccia la fede «assurdista», colui che abbraccia la fede in Dio spera che l’assassino non abbia la vittoria finale sulla sua vittima innocente. Siamo obbligati a scegliere tra la disperazione e la speranza.
(tratto da: Dario Antiseri, Credere, Armando 2005)

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