Nel nostro mondo, la madre della mitologia è la Bibbia. Su di essa non si può fondare una religione vera, ma solo una - o più - superstizioni. Ciò per due motivi, diversi ma concomitanti: uno storico e uno spirituale. La religione biblica si fondava infatti sulla storicità delle vicende narrate, testimonianza di un intervento effettivo di Dio, che garantiva alla sua "rivelazione" quella verità negata alle altre religioni. Su questo presupposto si fondava anche il valore religioso dei contenuti trasmessi, evidentemente superiore agli altri, in quanto di origine divina. Ma tutto ciò è stato demolito dalla scienza.
Che la storicità della Bibbia fosse una menzogna era in realtà già apparso chiaro a molti nel passato, ogni qual volta il testo era stato analizzato con occhio limpido e distaccato, rivelando così tutte le sue incongruenze e contraddizioni - basti pensare a Spinoza o a Voltaire - ma sono state la filologia e la scienza degli ultimi due secoli a dimostrarlo definitivamente.
«Se la fede storica di Israele non è fondata sulla storia, tale fede è erronea, e pertanto lo è anche la nostra», diceva giustamente un archeologo cristiano, e il discorso vale, a maggior ragione, anche per l'islamismo, che si fonda sulle medesime premesse inventate.
Inventate infatti le storie dei patriarchi; suggestive creazioni letterarie, se vogliamo, ma prive di attendibilità storica. Abramo, Isacco, Giacobbe sono progenitori metaforici del popolo di Israele: creazione leggendaria per unire i loro figli in modo potente ed eterno. Mitico il viaggio-archetipo di Abramo da Ur dei Caldei a Harran e alla Palestina, sorta di «messaggio promozionale per coloro che volessero tornare dalla Caldea alla Palestina [dopo la cattività babilonese], per affrontarvi con successo tutti i problemi di convivenza con altre genti». Falso, del resto, l'editto che Ciro avrebbe promulgato per consentire il ritorno degli ebrei in Palestina e la ricostruzione del tempio di Jahweh».
Inventata la storia dell'esodo; inventata quella della conquista della terra promessa; inventata la storia
dei giudici; inventata la storia del regno unito e quella del tempio di Salomone. Gli studiosi biblici hanno da tempo riconosciuto che buona parte di queste falsificazioni risale al settimo secolo, quando in Giuda il re Giosia concepì grandi speranze e aspirazioni politiche e, per sostenerle, furono composte le epopee dell'esodo e della conquista. Fu infatti per sostenere il progetto di Giosia di fondare un regno unito Giuda-Israele nel periodo tra il collasso dell'Assiria e l'affermarsi della Babilonia, tentando di dar vita a una città-tempio (Gerusalemme) su modello babilonese, che si mise in opera un'enorme riscrittura della storia precedente, in modo da collocarvi gli archetipi fondanti che si pretendeva di rivitalizzare - il regno unito, il monoteismo e il tempio unico, la Legge, il possesso del territorio, la guerra santa ecc. - nel segno di una predestinazione del tutto eccezionale.
Come è facile comprendere, si tratta qui di falsificazioni che non investono solo la storia, ma che hanno avuto un enorme riflesso sul piano religioso. Si tratta infatti dell'invenzione di concetti sui quali si è giocata poi buona parte della vicenda religiosa, culturale, morale, civile, politica, del nostro mondo.
Inventato il monoteismo originario degli ebrei: esso nasce infatti per ragioni politiche ed etniche, quando si vuole imporre Gerusalemme come unico luogo di culto, con un unico tempio. Fu infatti l'impegno maggiore di Giosia quello di imporre l'unicità del dio, del culto, del luogo di culto: in positivo, col potenziamento del tempio di Gerusalemme, e, in negativo, con l'eliminazione degli altri luoghi di culto.
Per quanto poi concerne il valore spirituale, questo non c'è e non c'è mai stato; e, del resto, è davvero strano, anzi, blasfemo, far derivare un valore spirituale da menzogne. Niente di spirituale è presente nella Bibbia; nessuna pagina che possa, neppur di lontano, pragonarsi a quelle della grande mistica, perché nella Bibbia non c'è mai distacco, ma sempre e solo spirito di appropriazione, ovvero ciò che è per essenza opposto allo spirito. «Maledetto sia chi insegna a suo figlio la sapienza greca!», recita non a caso il detto rabbinico, che vuole difendere il chiuso e settario della Scrittura dall'universale e razionale della filosofia, cioè dalla verità.
(tratto da: Marco Vannini, La religione della ragione, Bruno Mondadori 2007)


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